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Diana Vreeland a Palazzo Fortuny Venezia | Blog Arte Contemporanea - IdeaArte

Diana Vreeland after Diana Vreeland. (Poche) note di un passato fashion a Palazzo Fortuny

di

Diana Vreeland

Palazzo Pesaro degli Orfei è un gioiello. Te ne accorgi appena passi il piccolo ponte che porta al campo San Beneto, in questi giorni sfortunatamente semi-coperto dai lavori che interessano anche la facciata del Palazzo. Poi entri e ti immergi in un buio pesto, perfettamente adatto se si vuol respirare l’atmosfera della Venezia tra Ottocento e Novecento.

Palazzo Pesaro degli Orfei è stata la dimora di Mariano Fortuny y Madrazo, un artista spagnolo eclettico amante del teatro, della moda e dell’Oriente. Scricchiolante sotto i nostri passi, il Palazzo si rivela così com’era stato al tempo di Mariano: divani, tappeti, quadri e stoffe che ben si abbinano a qualche novità contemporanea, quali le Diamond Dust Shoes di Andy Warhol e la porta murata di Jannis Kounellis. Fin qui, solo elogi.

La nota dolente però non tarda ad arrivare, e l’impressione di inconsistenza sulla mostra dedicata a Diana Vreeland che pervade la sensazione iniziale si conferma quando il tour si conclude.
Realizzare una retrospettiva ad una personalità della moda non deve essere compito facile.

Diana Vreeland è stata una fashion editor, non una stilista. Cosa si può esporre della sua vita? Testimonianze della sua vita, evidentemente, non opere visive. Le copie delle riviste da lei coordinate, per esempio; un archivio fotografico che attesti il suo gusto impeccabile nella scelta degli abiti, di sicuro; magari anche qualche capolavoro personalmente indossato. Tuttavia, una volta usciti da Palazzo, si ha l’idea di aver conosciuto Mariano Fortuny quasi di persona, mentre Diana Vreeland rimane ancora un mistero.

Non è un vestito che ci fa capire chi fosse questa donna, o meglio, non solo. E se si vuole esporre una collezione di scarpe in una teca – sogno di qualsiasi fanatica modaiola – non si può collocarle in alto! Le scarpe devono essere ammirate e rimirate, non intraviste. Penoso, infine, vedere come lo spazio di una sala sia stato utilizzato alla meno peggio con due vestiti – dico DUE – e quattro ritratti della Vreeland. E il resto dello spazio? Vuoto.
Viene da pensare che se manca il materiale per fare una mostra tanto vale evitare di farla, anche perché il Museo Fortuny è bello così com’è. In ogni caso, per chi è ricco esiste il catalogo della Vreeland che, tra l’altro, è un’altra delusione: zero colori (in un catalogo di moda!) e zero carta patinata. Meglio puntare su quello dedicato al Palazzo: è a colori, la carta è profumata e quando lo sfogli ti senti subito avvolto dal calore della sua magica dimora.

4 commenti

  1. Edoardo scrive:

    l’atelier di Fortuny è eleganza ardita che raggiunge l’esibizionismo, soffoca ed esalta , è puro decadentismo!

  2. valentina scrive:

    ne hai colto in pieno l’essenza buon Edoardo!

  3. Laura scrive:

    Condivido la grossa delusione a proposito della mostra, stavo cercando appunto cosa se ne pensa in rete per vedere se qualcuno aveva avuto la mia stessa impressione … Benché abbia potuto beneficiare del prezzo ridotto (8 euro) riservato ai residenti a Venezia, sono stati soldi buttati! E, ad ogni modo, non e’ solo una questione di aver sprecato i soldi del biglietto (oltre al tempo, che peraltro non ho …) … Non riesco proprio a capire perché non si e’ dedicato qualche sforzo in più per questa mostra … Come vi ci sono approcciati i curatori?

    • valentina scrive:

      Cara Laura, la mia volontà è stata quella di non informarmi preventivamente sul making of della mostra. Il mio approccio è stato quello di un visitatore a digiuno di qualsiasi conoscenza a priori proprio perché non volevo farmi influenzare. Le uniche informazioni che ho trovato riguardano i nomi delle curatrici: Judith Clark e Maria Luisa Frisa, insieme con qualche altra precisazione reperibile su questa pagina http://fortuny.visitmuve.it/it/mostre/mostre-in-corso/diana-vreeland/2012/03/4896/4896/.
      Anche se sono a digiuno di informazioni biografiche e metodologiche rispetto a questa mostra, credo sia evidente che l’allestimento dedicato alla Vreeland sia stata una grossa delusione, e non solo lo diciamo entrambe ma lo leggeranno chiaramente – se non l’hanno ancora fatto – gli organizzatori della mostra quando si troveranno faccia a faccia col fatidico “librone” dei commenti. Tante volte si leggono appunti veramente stupidi, però capita che al di là del commento inutile o della mera firma del visitatore ci sia anche un pensiero valido col preciso scopo di criticare in modo funzionale ciò che si è visto. In questo caso mi auguro che le curatrici prendano atto della scarsità visiva presentata quest’anno!

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