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Cinema e fashion system raccontati in TRAME DI MODA che non convincono | Blog Arte Contemporanea - IdeaArte

Cinema e fashion system raccontati in TRAME DI MODA che non convincono

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Come premessa a questo discorso dissacrante nei confronti dell’organizzazione museale veneziana si potrebbe dire che l’entusiasmo dell’affamato d’arte spesso non viene ripagato. L’obiettivo di un’uggiosa domenica invernale come quella di ieri si è tradotto inizialmente nella ricerca di un rifugio colorato che potesse compensare la patina grigia del cielo sopra la città. Nonostante sia poco intelligente abusare dei cliché, non si può negare che Venezia sia bella sempre; per quanto possa allietare lo spirito, però, fare il flâneur sotto la pioggia tra le calli strette e maleodoranti ha pur sempre un suo limite. Con passo lesto, quindi, ci si affretta alla volta di Palazzo Mocenigo.

Palazzo Mocenigo fa parte dei Musei Civici Veneziani; oltre ad essere visitabile come dimora storica della famiglia Mocenigo con arredamento e affreschi d’epoca, il palazzo è anche sede espositiva di mostre temporanee e Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume. Nelle varie sale del piano nobile dell’edificio è in corso fino al 6 gennaio 2013 una mostra dedicata agli abiti che hanno fatto la storia del cinema, mettendo in risalto – specie nel salone principale – il legame tra la moda internazionale e i red carpets protagonisti della Biennale del Cinema di Venezia. Il tema è senza dubbio interessante; peccato che sia stato sviluppato in modo discutibile.

Prima di tutto non esistono opuscoli informativi sull’evento: il visitatore pigro che evita i pannelli descrittivi come se fossero il male assoluto non ha la possibilità di portare con sé una piantina del piano, una breve descrizione del perché si è voluto allestire questo tipo di percorso piuttosto che un altro, il legame tra i vestiti scelti e le singole stanze del palazzo, eccetera. Manca persino il quaderno dei commenti, ma concluso il giro si capisce anche il perché. Il problema è che magari mancano i fondi, e se l’esposizione è ben riuscita il dépliant potrebbe passare in secondo piano. Naturalmente non è il caso di Trame di Moda. Anche se nel salone principale la cura al dettaglio è stata maggiore rispetto alle altre sale, dove ciascun abito è associato ad un cubo con l’immagine dell’attrice mentre indossa il vestito in questione, una punta di delusione inizia a farsi strada e l’idea che prende corpo è: ma allora sono proprio così visti dal vivo? Intendiamoci, certe creazioni sono spettacolari: la perfezione dei dettagli dell’abito disegnato da Roberto Cavalli per Valeria Solarino e l’eleganza superlativa del Valentino Couture indossato da Keira Knightley per la première di A Dangerous Method valgono la metà del biglietto d’ingresso. Alcuni di essi però sembrano sgualciti e scuciti, come se avessero attraversato chissà quali disordini (e, per quanto riguarda questa sala, stiamo parlando di lavori recentissimi che hanno sì e no quattro o cinque anni di vita). Dopo questa carrellata di alta moda, gli abiti protagonisti delle stanze più piccole fanno riferimento a nove film legati alla città: The Wings of the Dove, Mambo, The Tourist e così via. Per questi capi il cubo non è più previsto poiché rimpiazzato da tondi in cartonato bianco dove le informazioni relative a ciascun vestito sono state scritte a mano (con l’implicito recupero di una manualità che col digitale è apparentemente scomparsa) servendosi di righe tracciate a matita – per garantire all’abile scrittore una linea dritta – mai più cancellate (che conferma ancor di più il recupero della manualità di cui sopra: lasciare così visibili le tracce di matita vuol forse sottolineare l’origine puramente autentica di queste scritte realizzate senza l’ausilio grafico del pc? Magari mancano i fondi pure per le gomme). Insolenza quasi gratuita a parte, com’è possibile presentare un vestito – o meglio, l’identità del vestito – senza l’ausilio di un supporto visivo per consentire i dovuti parallelismi tra ciò che si ha di fronte e il prodotto filmico in questione? Purtroppo il risultato finale è incompleto e impreciso, meno comunicativo del previsto e non riesce a valorizzare al meglio i capi presentati. Poi naturalmente ci sono le eccezioni: i cappotti Max Mara e le creazioni di Ermanno Scervino potrebbero imbastire un dialogo anche se immersi in una stanza completamente vuota.

Un’ultima nota si riserva al personale (sorvoliamo sul bookshop che consiste praticamente in un bancone buttato lì alla meno peggio): il servizio di guardiania è un lavoro sicuramente ripetitivo e senza stimoli, e per questo si dovrebbe dare tutta la propria comprensione a coloro che svolgono tale servizio rispettandone i principi di base. Fare il guardiasala significa vigilare sul patrimonio custodito indossando una sorta di mantello invisibile, ovvero cercando di passare inosservato mentre il visitatore compie il proprio giro. Nel momento in cui l’addetto che svolge tale servizio intralcia il passaggio o disturba parlando al telefono come se si trovasse al mercato del martedì, il  mantello indossato non è dell’invisibilità ma della maleducazione. E con questo si rimanda alla prossima puntata dedicata alla Galleria Ca’ Pesaro.

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